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In Uk la soluzione alla crisi del latte sono le "mega latterie"


26/11/2015

Vengono chiamate unità di confinamento e CAFO e possono ospitare fino a 36 mila vacche, tenute al chiuso tutto l'anno. Nonostante le proteste stanno crescendo "di nascosto". Anche in Italia?

 

Ne avevamo parlato solo qualche mese fa a Cheese, mettendo a confronto quello che succede in Francia con le prime avvisaglie, non ancora ben monitorate, che si cominciano a registrare in Italia. Stiamo parlando delle "mega latterie" che, secondo un'indagine pubblicata ieri da The Independent sono la scelta di un numero sempre crescente di produttori britannici, alcuni dei quali in difficoltà per l'attuale crisi del prezzo. Il modello è quello statunitense: aziende superintensive in cui le vacche sono tenute al chiuso per tutto l'anno. Chi ha fatto questa scelta insiste nel dire che si tratta di un modello sostenibile, economicamente valido e attento al benessere animale per un settore in difficoltà dell'agricoltura britannica, stretto tra i venti della globalizzazione e lo strangolamento insito nella natura della concorrenza tra le catene di supermercati. I sostenitori di queste "mega fattorie" mettono in luce le prove che dimostrano che la salute animale può essere migliorata grazie alla costante sorveglianza e gestione delle unità produttive attraverso il monitoraggio ventiquattr'ore su ventiquattro effettuato dai mandriani e dai veterinari.


Alcuni attivisti ammoniscono che il nuovo modello industriale della produzione di latte può contribuire alla fine dell'allevamento da latte tradizionali e fanno riferimento all'esperienza degli Stati Uniti dove le aziende superintensive - conosciute come unità di confinamento - sono sempre più comuni. Quelle che ospitano più di 700 capi sono classificate come CAFO (Concentrated Animal Feedlot Operations), la più grande delle quali, negli USA, ospita fino a 36 mila vacche per volta.

 

Il primo tentativo di portare un'azienda di tipo CAFO in Gran Bretagna, cinque anni fa, ha suscitato una rivolta, tanto che i piani per costruire una mega latteria da 8100 capi a Nocton, nel Lincolnshire, dovettero essere abbandonati. Gli oppositori dei CAFO però temono che, nonostante questo stop, il settore si stia intensificando 'di nascosto', costruendo lentamente aziende sempre più grandi. I dati ufficiali sul numero di aziende lattiere intensive sono vaghi: le stime oscillano tra il 5 e il 10 per cento del totale. Né la National Farmers Union né il Dipartimento ambiente, alimentazione e affari rurali (Defra) hanno un dato definitivo. Ma l'indagine del quotidiano inglese ha identificato decine di tali aziende che operano in Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda del nord, rivelando per la prima volta la presenza di almeno 50 unità di confinamento e di 20 CAFO. Le più grandi ospitano oltre 2000 vacche, rispetto a una media britannica di circa 125 capi per azienda.

 

La crisi [che sta portando a questa evoluzione] è provocata dal fatto che molti agricoltori sono costretti a vendere il latte a un costo inferiore a quello di produzione. Le cifre rese note nei primi mesi di quest'anno hanno messo in luce che molti allevatori ricevono 23,66 pence per litro di latte - e alcuni appena 19p - mentre il costo di produzione è di 28-32 pence al litro. Il risultato sono casi in cui un litro di latte costa meno di un litro di acqua in alcuni supermercati con conseguenti perdite alle quali molti allevatori non possono far fronte. Il loro numero continua a calare. Dagli oltre venticinquemila del 2000 in tutta la Gran Bretagna, ora in Inghilterra e Galles sono meno di diecimila. Lo scorso anno in media un produttore al giorno ha lasciato il settore.


Fonte: Agrapress, The Independent





 

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