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Slow Fish in Azione


We Feed The Planet guarda gli oceani

Durante EXPO 2015, dal 3 al 6 ottobre 2015, Terra Madre Giovani - We Feed the Planet ha raccolto a Milano 2500 giovani agricoltori, produttori e gastronomi provenienti da tutto il mondo, per dire la loro su come nutrire il pianeta. All'interno di questo programma di 4 giorni, anche l'Oceano è salito sul palco, con la conferenza Rubare gli Oceani: l'Ocean Grabbing e Come Combatterlo. Alcune giovani voci hanno raccontato come le risorse marine comuni vengono ogni giorno depredate e sottratte alle comunità, spesso nel nome dell'ambiente! Privatizzazione, mercificazione e speculazione stanno portando a un progressivo depauperamento delle risorse e a una marginalizzazione delle comunità, con perdita di posti di lavoro e conoscenze tradizionali.

 

«Il nostro obiettivo è quello di mettere le persone e il pianeta davanti al profitto». Questo l'incipit dell'intervento di Mads Barbersgaard. Mads lavora per AfrikaKontakt, un'associazione danese che si occupa di giustizia sociale a 360° e che tra i suoi temi annovera anche la protezione delle small-scale fisheries. «Per 50 anni gli economisti e i governi ci hanno raccontato che la privatizzazione dei mari sarebbe stata l'unica soluzione per la tutela degli stock ittici e della pesca: alla luce delle disastrose conseguenze a cui assistiamo, sappiamo ora che così non è» ha detto Mads. In Danimarca, nei pochi anni che hanno seguito la privatizzazione delle aree di pesca, la metà delle comunità di pescatori è sparita e l'altra metà è stata dimezzata.


Quel che è ancora peggio è che, negli ultimi anni, l'ocean grabbing ha subito un'evoluzione di facciata, assumendo le forme più disparate: c'è la privatizzazione dei mari e delle coste, certo, ma anche l'acquacoltura, un certo tipo di eco-turismo che di ecologico ha solo il nome e la creazione di aree protette a scapito di chi, quelle aree, le ha sempre salvaguardate utilizzando le risorse con saggezza e rispetto. «Il problema è che, spesso, dietro le belle parole si nascondono verità discutibili», ha proseguito Mads, che condanna anche la cosiddetta blue growth o blue economy, con cui si vorrebbe dare una svolta sostenibile allo sfruttamento del mare, ma che, nella maggior parte delle occasioni, rappresenta una variante - altrettanto pericolosa - dell'ocean grabbing. «L'errore sta nel fatto che il lavoro dei piccoli pescatori continua ad essere ignorato, così come il loro sapere, prezioso per la salvaguardia delle aree locali. L'obiettivo della blue economy rimane quello del profitto a scapito delle small-scale fisheries» ha concluso Mads.

 

Slow Fish, da anni, si occupa proprio di queste problematiche, coinvolgendo i cittadini, ripristinando una governance locale e catene di valore giuste, ricostruendo legami forti tra comunità di pescatori e comunità di co-produttori. Grazie a questa incessante attività, alcuni giovani pescatori hanno potuto portare a Terra Madre Giovani - We Feed the Planet storie di piccoli grandi successi.

 

Tessa Terbasket è una giovane pescatrice canadese che appartiene alla comunità indigena Okanagan Nation. «Il legame con la natura è per noi molto importante, quando è maltrattata, ci sentiamo maltrattati anche noi» ha detto. La tribù di Tessa vive lungo il Columbia River e si sostiene soprattutto grazie alla pesca del salmone, prodotto dell'Arca e candidato a Presidio. La soppravivenza del salmone è stata però messa a dura prova da fattori quali l'arrivo di grandi dighe, la canalizzazione del fiume, l'aumento dell'uso dell'acqua per l'agricoltura. «Negli ultimi dieci anni abbiamo lavorato davvero duramente, siamo riusciti a integrare le nostre conoscenze tradizionali, centrate sulla conoscenza dell'ecosistema locale, e la scienza occidentale, per trovare gli strumenti adatti per far ritornare i salmoni nel nostro fiume, grazie all'impegno della comunità e alla collaborazione con il governo locale ». Il ritorno del pesce significa due cose: che l'ecosistema si sta mantenendo sano e che, assieme al salmone, si è rigenerata anche la cultura indigena, che era stata sistematicamente abusata.
«Sono stanca di sentire che siamo i leader del domani» ha concluso Tessa, «io voglio che i giovani di Terra Madre Giovani - We Feed the Planet siano i leader di oggi. Se iniziamo a collaborare tutti assieme, possiamo far sentire la nostra voce e modificare politiche non efficaci». 

 

Il cammino di Spencer Montgomery, un giovane pescatore statunitense, comincia invece all'Università di New Hampshire, nella condotta Slow Food on Campus, dove ha avuto modo di partecipare ad un workshop di Slow Fish. «Fino a pochi anni fa non avrei immaginato che mi sarei dedicato alla pesca, ma poi mi sono accorto di quanto poco le persone dessero valore a questa attività così importante e mi sono lanciato. Mi sono reso conto dell'esistenza di una biodiversità marina enorme e ho deciso di impegnarmi in prima persona per promuoverne la conoscenza e, soprattutto, il consumo virtuoso del pesce». Spencer lavora per creare un mercato per le specie meno conosciute e meno apprezzate, coinvolgendo alcuni chef locali e gli studenti di una decina di università, istruendoli sulle diverse tipologie di pesce e sull'utilizzo di tutte le sue parti. L'obiettivo, come anche per Tessa, è quello di creare una rete di pescatori e consumatori consapevoli, che si possano mettere in relazione con i poteri locali per essere coinvolti nel sistema decisionale.

 

Jessica Anahì De Francesco, a differenza di Spencer, è una giovane pescatrice argentina nata da una famiglia di pescatori. Vive nella penisola di Valdés, un'importante riserva naturale, patrimonio dell'Unesco. Qui si pratica ancora una pesca tradizionale, artigianale, fatta con le mani: i pescatori si immergono in acqua anche fino a 17-18 metri di profondità. I produttori locali si sono riuniti in un cluster in cui è possibile discutere i problemi e trovare soluzioni collettive: lavorano per ottenere una più precisa e equa regolamentazione dello sfruttamento delle acque comuni, l'accesso alle spiagge e per combattere la pesca illegale. «Il nostro obiettivo è fare in modo che l'ecosistema si mantenga sano e sia accessibile anche alle future generazioni», ha detto Jessica. «Grazie alla collaborazione con il governo locale, abbiamo stabilito dei limiti che tutti ci impegniamo a rispettare: limiti temporali (si pesca da marzo a settembre), quantitativi (il governo locale stabilisce delle quote) e qualitativi (le specie pescate cambiano di anno in anno per non intaccare la sopravvivenza degli stock)».

 

«I governi hanno il controllo della costa e dei mari e, generalmente, lo scopo delle politiche è quello di trarne profitto, invece che proteggere l'attività dei pescatori locali» ha concluso Michéle Mesmain, coordinatrice della rete internazionale Slow Fish. «Proprio per questa ragione, siamo ancor più orgogliosi di presentarvi storie positive come queste. Le soluzioni vanno cercate attraverso un dibattito aperto che coinvolga in primo luogo i pescatori, ma anche le altre voci del sistema decisionale, non da ultimo quello dei cittadini. Bisogna partire dal basso, dalla dimensione locale. Mi auguro che questi successi possano essere d'ispirazione per tutti, perché è tempo di affrontare la sfida, di conoscere il fenomeno dell'Oceangrabbing e di coinvolgere tutti i cittadini. »

 

di Sara Zavagno

 

 


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In questa sezione, rendiamo omaggio a tutti gli uomini e le donne delle nostre reti: pescatori, acquacoltori, cuochi, consumatori, giornalisti, educatori, volontari, soci di convivium e condotte e tanti altri che con i loro gesti piccoli e grandi si attivano per produrre e consumare pesce in maniera responsabile.

Chi di voi vuole raccontare la propria storia, può farlo scrivendo a: slowfish@slowfood.com

 

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